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“Pietà, pietà. Pietà anche per te.”

Vi è mai capitato di avere la tentazione di abbandonare una lettura a metà, non per noia, bensì per malessere fisico, nausea. Siete lì, seduti sul vostro divano, con il libro tra le mani, e ne siete così turbati da volerlo chiudere, e lo fate, risoluti, convinti, con la speranza che l’azione repentina possa cancellare le immagini che la rievocazione appena letta ha presentato davanti ai vostri occhi.
A me è successo nel corso della mia ultima lettura, durante la quale, in più occasioni, ho sentito un nodo in gola, o addirittura allo stomaco, che mi ha fisicamente impedito di proseguire , se non a fatica, dopo qualche giorno. Scene di guerra, descritte con la precisione di un cinico cronista, azioni frutto di insensibilità umana, come la vivisezione dei cani, riportate con precisione chirurgica e scientifica erano semplicemente troppo forti per essere tollerate.
Eppure, dallo stesso libro, ho ricevuto in dono  pagine di pura poesia, che trascinano il lettore altrove, in modo così efficace da risultare indimenticabili.
Leggendo “La Pelle”, di Curzio Malaparte, ho visto Napoli come mai avrei potuto con la sola capacità dei miei occhi, ho ammirato il mare che prendeva forma rubando la scena a qualsivoglia personaggio, ho ammirato il suo sguardo vivo e penetrante,  come di “bestia ferita”,  che impotente  assisteva allo scempio di un conflitto che si consumava sulle sue rive.
Sono stata trasportata ai piedi del Vesuvio, lasciandomi spaventare da boati e scoppi che si liberavano di carta e inchiostro per raggiungere le mie orecchie, ultimi rantoli,  finali e drammatici spasmi di vita del vulcano nel corso delle ultime eruzioni. La sua personificazione è talmente efficace da spingere l’autore stesso a concludere il capitolo rivolgendosi al vulcano stesso con la frase:
“Pietà, pietà. Pietà anche per te.”
Un critico ha giustamente commentato “Malaparte fa male al lettore e a se stesso”: la ricostruzione dettagliata degli effetti disastrosi della guerra, sul corpo umano e sulla sua anima, sono a volte davvero intollerabili, e credo che l’autore stesso abbia avuto difficoltà a rievocarle. Ma lo sforzo, di chi ha scritto e di chi continua a leggere,  è ripagato dalla potenza delle descrizioni della  natura, e dalla efficace drammaticità di un personaggio corale, l’intero popolo di Napoli durante la guerra, annichilito eppure devoto, esausto, sfinito,  ma ancora in grado di esprimersi in tutte le sue sfaccettature, pietose, tenere, disperate, devote, disincantate.
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