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“La ragazza del treno” prima parte.

Viaggiare in treno mi fornisce numerosi soggetti per i capitoli del mio Manuale.

Mentre scrivo questo post sono appunto in treno, in viaggio lungo gli Appennini, e ancora una volta sto riempiendo il mio quaderno di appunti. Ho cominciato sulla banchina di una piccola stazione ferroviaria della Toscana, osservando una coppia di innamorati, o meglio una coppia in cui l’innamorata abbracciava con insistenza un fidanzato che aveva la vitalità del palo di un lampione, e l’entusiasmo dello stesso lampione, ma con la lampadina fulminata. Mi sono chiesta allora se quella manifestazione così ostentata fosse proprio necessaria, soprattutto a fronte dell’evidente imbarazzo del destinatario di tante coccole, così disinteressato da riuscire a continuare a leggere messaggi sul suo telefono, nonostante i continui scossoni derivati dall’esuberanza della sua minuta e vivace compagna.
Salita sul treno ho trovato il mio posto occupato, due signore chiacchieravano allegramente: non le ho disturbate, e ho occupato il sedile immediatamente seguente; generosa tolleranza direte voi… Ammetto che si tratta invece di subdolo calcolo: mi reputo una persona socievole, ma in treno mi piace la solitudine, il silenzio, la possibilità di contemplare il paesaggio cangiante che scorre davanti ai miei occhi. Ho quindi optato per un posto che aveva il sedile accanto vuoto.
Soddisfatta ho messo da parte il mio taccuino e tirato fuori il mio immancabile libro; per fortuna è un libro che mi ha “presa”, ho dunque cominciato a leggere sicura che queste prime due ore e quaranta di viaggio sarebbero passate in fretta,  e mi sono immersa in un mondo lontano da questo vagone, sospesa tra Dublino e la Toscana, palcoscenici dove si rappresenta la storia che sto leggendo.
Il mio ottimismo ha cominciato a scemare quando ho scoperto che le due signore, quelle che hanno occupato il mio posto, non viaggiavano da sole, ma con altre tre sedute vicino, divise tra loro solo dallo stretto corridoio, e questo comporta un costante, continuo, inarrestabile fluire di parole, chiacchiere, gossip, racconti, risate… fortunatamente il tono di voce non è alto, ma la vicinanza al mio posto pregiudica necessariamente la concentrazione, costringendomi a ritornare più volte sullo stesso
paragrafo per capire cosa sto leggendo.
Un’altra stazione viene raggiunta, altri passeggeri si uniscono a noi. Qualcuno con un bambino si siede poco lontano da me e dal simpatico gruppo di signore chiacchierone. Sento il bambino fare qualche capriccio, piagnucolare, poi chi lo accompagna ha un’idea ahimè non così originale, visto che mi è capitato spesso di vederla attuare: decide di placare il capriccioso figliolo facendogli vedere un film.
C’è un piccolo leggerissimo e utilissimo accessorio di telefoni e tablet che non dovrebbe mai essere lasciato a casa: si chiama auricolare, e ciò permetterebbe non solo a me ma a tutti gli occupanti di questo allegro vagone di non essere costretti a sentire, senza peraltro vederne le scene, tutti i dialoghi di Shrek III.
Sono tranquilla, sto tornando a casa dopo due giorni di assoluta tranquillità, credo quindi di avere un livello di tolleranza piuttosto alto oggi, eppure non mi capacito di come possa un adulto ritenere possibile una simile possibilità: guardare un film senza auricolare imponendolo a tutto il vagone. Annoto questa osservazione, più che degna di fare parte degli appunti del mio manuale di sopravvivenza.
Penso intensamente al mio soggiorno in Toscana, alle vasche termali, alle passeggiate nella meravigliosa natura che circonda le colline senesi, e torno al mio libro, ricominciando dalla pagina che ho lasciato, qualche rigo prima anzi, perché non ricordo cosa stavo leggendo.
Altra stazione, altri passeggeri.
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