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Manhattan by night

Questa volta voglio introdurvi al mio ultimo viaggio in un modo singolare: sapete che i miei appunti non sono un diario, né una guida turistica fatta in casa: raccolgono piuttosto sensazioni, registrano atmosfere, stati d’animo. Oggi ho pensato di trascinarvi in un mood che si allontana dallo stereotipo che viene spesso evocato riguardo New York. Ho trasferito alcune mie impressioni dentro una storia fittizia, con un personaggio immaginario: nessun panorama dall’Empire State Building, né la classica corsetta lungo i viali di Central Park: solo una donna in un paese straniero, di notte. Coprotagonista la pioggia. Aspetto i vostri commenti: se vi avrò trascinati anche solo per un attimo nella Grande Mela, allora avrò raggiunto il mio obiettivo.

Buona lettura.

 

   MANHATTAN BY NIGHT

Erano solo le 1830 ma i piedi di Marian non avrebbero permesso un passo di più. Peccato,  aveva sperato di riuscire a fare un salto sulla Quinta strada, ma la riunione le aveva portato via molto più tempo del previsto. Raggiunse rassegnata l’hotel. Fece un cenno all’ ossequioso portiere, si trascinò verso la reception. La stanchezza le aveva impedito di ammirare la facciata dell’edificio, imponente con i suoi mattoni marroni,  smerli in pietra sui cornicioni tra un blocco di piani e l’altro,  la vecchia torre a base quadrata a sfidare la guglia imponente del vicino Chrysler Building,  pochi isolati a sud.

Il volto dell’addetto al ricevimento si fece da inespressivo a raggiante quando si vide consegnare, insieme alla carta di credito, la carta Gold della British Airways.

“Bentornata Miss Mitchell. Prego, la sua chiave. Diciassettesimo piano, come sempre. Per qualunque necessità, non esiti a contattarci”.

Marian rispose con un cenno distratto, raccolse le sue carte, il suo sorriso di convenienza e si diresse verso l’ascensore.

La hall era affollata: gli ospiti si intrattenevano al bar sorseggiando un aperitivo, una piacevole musica jazz di sottofondo attutiva il chiacchiericcio inevitabilmente rumoroso.

In camera abbandonò le scarpe all’entrata, lasciò cadere incurante il bagaglio e raggiunse il bagno. Ciò che desiderava era solo una doccia.

Mezz’ora dopo era sdraiata sul divano del salotto: in TV il notiziario riportava gli ultimi fatti di cronaca, giù in strada i clacson dei taxi si contendevano con le sirene di Polizia e Vigili del Fuoco l’attenzione dei passanti.

Nella mente di Marian i pensieri riguardo quella lunga giornata cercavano di darsi un ordine: l’arrivo in aeroporto, il taxi, il meeting con il Presidente dell’Ufficio Legale più prestigioso di Manhattan. Gli eventi si erano avvicendati con una tale velocità che la sua testa non era riuscita che a infilarli tutti in un unico calderone e solo ora cercava di raggrupparle per argomenti: le emozioni da una parte, le paure dall’altra, l’ambizione sopra tutte, a tentare di zittire le voci di tutto quanto cercava di convincerla a tornare indietro.

Ma tornare indietro non era più possibile. Presto un appartamento a Brooklyn la avrebbe accolta la sera, nelle ore più improbabili, dopo lunghe giornate in ufficio o in tribunale. Il Sussex, la piccola città nella quale aveva praticato la professione negli ultimi cinque anni, il giardino con i girasoli d’estate, sarebbero stati presto un piacevole e sempre più sbiadito ricordo.

Si guardò intorno: la suite era come sempre corredata in modo impeccabile: i fiori all’ingresso,  sul tavolo il vassoio di frutta e formaggi, sul carrello accanto al divano il secchiello del ghiaccio, i cioccolatini, la bottiglia di vino.

La stappò, consapevole che stavolta, e d’ora in avanti, uno dei due calici sarebbe rimasto vuoto.

Rimase sveglia parecchio, i pensieri non le permettevano di rilassarsi. A mezzanotte si costrinse a raggiungere la camera da letto, abbandonò l’accappatoio ai suoi piedi e si infilò nelle coperte. Il suono acuto e tipico di una sirena americana le ricordò, se ce ne fosse stato bisogno, che non era più a casa, o meglio era in una nuova, tutta da scoprire e fare propria.

Si svegliò di soprassalto alle quattro. Inevitabile, pensò, mi ci vorrà un po’ per abituarmi. Sentì il rumore della pioggia contro le finestre. La suite godeva di tre affacci: dalla camera si scorgeva il retro dell’hotel e un angolo della Third Avenue. Davanti l’enorme grattacielo sulla 48°East  rispecchiava la facciata del Lexington Hotel. Da una finestra una donna stanca e pallida guardava spaesata davanti a sé. Dal soggiorno Marian poteva osservare i pochi avventori di un Deli sulla Lexington. Le luci lasciate accese nei tanti uffici tentavano di dimostrare un’efficienza senza sosta. Una giacca rimasta appesa su un appendiabiti voleva illudere che la postazione fosse stata lasciata vacante solo il tempo di un coffee break.

Le strade lucide di pioggia sembravano pavimenti appena lustrati. Un taxi con i fari accesi aspettava un ospite dell’Hotel Intercontinental, poco più avanti. Il portiere, elegante e distinto anche nel cuore della notte, sistemava il suo cilindro in attesa di aprire lo sportello per il cliente in ritardo.

Marian si rese conto d’un tratto che sentire il rumore della pioggia a Manhattan non era così usuale, diventava un privilegio in un luogo dove caos e rumore prevalevano sopra tutto.

Guardò il segnalibro con il logo dell’hotel sul comodino, recitava:

“Sleep well in the city that never sleeps”.

Sorrise: aveva appena colto la Grande Mela a dormire profondamente.

Prima di tornare a letto si accorse che una finestra della camera di fronte aveva le tende aperte: la TV accesa trasmetteva un vecchio film d’azione. Evidentemente il jet lag non affligge solo me, si disse.

Alle cinque e mezzo le prime auto cominciarono a ingolfare la Lexington Avenue. La pioggia continuava a cadere incessante, ma il concerto di clacson e sirene era puntualmente ricominciato, nessuno riusciva più a sentirla, neanche Marian che ormai era altrove, persa finalmente in un sonno profondo.

 

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Comments (3)

  • Teresa 3 years ago Reply

    Marian parlaci ancora di te

    Sabrina 3 years ago Reply

    Potrei parlarvi dei miei girasoli laggiù, nel Sussex, o della ragione per cui ho deciso di fare l’avvocato… tornerò a trovare la mia autrice: chissà che non decida di farmi diventare un romanzo…

  • TERESA 3 years ago Reply

    Non vedo l’ora . Spero che queste pagine volino come il vento avvolgendoci d’emozioni .

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