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In cammino

All’inizio di questo mese di agosto che volge al termine ho ‘assaggiato’ il cammino di Santiago, ‘solo’ 115 km a piedi in 5 giorni. Prima di partire mi sono documentata: ho letto libri, romanzi, guide del viaggiatore, diari di pellegrini, istruzioni per il giusto abbigliamento e per la preparazione fisica da avere entro la partenza.

Nel corso del cammino, con il procedere dei giorni, mi sono resa conto che il timore per alcuni imprevisti me ne aveva fatti tralasciare altri, che si sono naturalmente presentati. Temevo il mal di schiena, invece si è fatto vivo un vecchio dolore al ginocchio, e mentre tenevo a bada il ginocchio, si sono presentati i dolori ai piedi per le vesciche, ben più acuti. Così il mio ginocchio è passato in secondo piano e tutta l’attenzione è andata alla convivenza con piaghe e piaghette che non potevano e non dovevano impedire il raggiungimento della meta.

Ogni giorno Santiago si avvicinava, e ogni giorno il mio cammino si arricchiva di nuovi incontri: inizialmente preferivo la solitudine, ma poi ho capito che camminare insieme è meno faticoso, condividere le proprie fatiche ne riduce il peso, non vergognarsi dei propri limiti e trovare il modo di gestirli, se non si riesce a superarli, fa parte del gioco.

Mentre camminavo, salivo e scendevo, l’occhio si soffermava affascinato su paesaggi rurali sempre uguali e sempre diversi, sugli sguardi dei locali, abituati a veder passare pellegrini tutto l’anno, sui volti stanchi, affaticati, ma illuminati da un comune obiettivo.

Nello stesso modo il mio sguardo si rivolgeva verso l’interno, quasi a cercare una sorta di autoscatto dell’io: il ritratto che ne usciva era quello di una donna matura con l’entusiasmo di una bambina, di un paio di gambe stagionate, ma agili, alimentate dal desiderio di arrivare alla meta.

In questi pochi giorni ci sono stati alcuni momenti di stanchezza pura, quella che annebbia la mente, sfuoca l’orizzonte e inasprisce i pensieri. La determinazione, la riflessione e la forza hanno permesso a quei pensieri stanchi di riprendere vigore e ai piedi di ignorare il dolore e andare avanti.

Arrivata a Santiago ho pianto, per l’obiettivo raggiunto malgrado imprevisti e fatiche, ma anche per il cammino ricco, per i passi condivisi con pellegrini conosciuti e sconosciuti che hanno percorso un pezzo di strada con me.

A tre settimane dal mio rientro, riguardo le tante foto, i tanti simboli che mi hanno accompagnata: la conchiglia, la croce di Santiago, le credenziali del pellegrino, la mia sudata ‘compostela’.

Un pensiero si fa sempre più vivo nella mia mente: la vita è piena quando si hanno obiettivi chiari, quando si lavora con diligenza e impegno per raggiungerli, ma la vita è soprattutto un cammino verso quella meta che abbiamo definito, e per far sì che sia un ‘buen camino’, va riempita di incontri, lezioni imparate, conti con i nostri limiti, affidamento sulle nostre forze.

Prima di partire pensavo che la mia meta fosse Santiago de Compostela, non immaginavo che oggi, a casa, quello che più custodisco è il percorso che mi ha portato fin lì, le persone con cui ci sono arrivata, e soprattutto la me stessa che, come nella vita, ha camminato con il peso dei propri limiti e la leggerezza della fiducia e della fede.

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